Coronavirus piccoli borghi

Coronavirus | il riscatto dei borghi.

Nell’immaginario collettivo il Coronavirus e il conseguente lockdown sono un fenomeno prettamente metropolitano. Le immagini che hanno fatto il giro del mondo sono quelle delle città, della metropoli di Wuhan, della musica e della coralità dai balconi di Napoli, Palermo, Torino; degli applausi per il corpo medico dai palazzi di Madrid o dai grattacieli di New York; quelle dei barbecue sui tetti di Palermo, fino all’erba che cresce tra i sampietrini senza turisti di piazza Navona. L’attenzione è rivolta ai grandi centri, la preoccupazione naturale delle grandi densità abitative. Eppure il fenomeno Coronavirus, con i suoi lockdown, le sue psicosi e le sue vittime è arrivato ovunque. Incredibilmente anche nei piccoli borghi.
Ma cosa accade, e cosa è cambiato in questi piccoli comuni e in quelle piccole realtà di provincia spesso già flagellate dall’emergenza dello spopolamento?
La risposta è la solita: niente, meravigliosamente niente.

Le strade di moltissimi di questi comuni erano deserte ben prima del 10 marzo, data dell’entrata in vigore della zona rossa su tutto il territorio nazionale. Si potrebbe dire che il lockdown abbia cambiato molto poco lo scenario urbano. Le attività commerciali nei borghi più piccoli si contavano già sulle dita delle mani e lo spopolamento ne aveva già operato una selezione lasciando quasi esclusivamente quelle dei beni primari. L’alimentari è rimasto aperto durante l’emergenza, così come la macelleria, il meccanico, e la farmacia del paese.

Il tragitto per muoversi dall’abitazione all’alimentari è da sempre stato un percorso introspettivo nel silenzio, una mera occasione per sgranchire le gambe. Incrociare qualcuno per strada è sempre stato un accidente.
Nei piccoli paesi il silenzio, in un presunto ordine gerarchico, viene prima di una pandemia, e ne detta i passi. La pandemia in questi posti deve muoversi piano, con discrezione, e portare rispetto ad una lunga tradizione di isolamento.

Covid Borghi


L’eccezionalità di questo periodo si è concretizzata nei piccoli paesi essenzialmente secondo quelle che potremmo definire le 2 direttrici dello stupore.
La prima, quella del compiacimento di una conquista dell’attualità. Incredibilmente le notizie del telegiornale delle 13:00 sono diventate quel fenomeno condivisibile anche davanti l’uscio di casa di zia Tanina oppure della salumeria del signor Vincenzo. Non più fuori, ma questa volta presenti nel tempo. Il borgo di 300 abitanti è ai tempi del Coronavirus alla stregua quindi di una Manhattan, e con la grande mela condivide questa eccezionale emergenza sanitaria, le stesse tensioni, gli stessi appelli alla responsabilità personale, fino alla stessa ossessione per i bollettini quotidiani del numero di contagiati. E a ben vedere anche Time Square è deserta in questo periodo.
Eccola quindi l’attualità, finalmente arrivata anche nei piccoli paesi, sotto forma però di una pandemia.
La seconda direttrice è quella invece del riscatto. Per una volta, la prima forse, si è pensato di trovarsi in una situazione di vantaggio o se vogliamo privilegio rispetto ai grossi centri. Una marginalità vissuta durante questa emergenza come una sorta di riscatto, qualcosa descrivibile come un risarcimento per anni di abbandono. La disponibilità di spazi avrebbe fatto quindi dimenticare per una volta tutte le carenza di servizi, di mobilità, di offerta culturale, mettendoci sullo stesso piano delle grandi città, anzi addirittura come un modello.
Ce l’ha detto anche la stampa nazionale e internazionale, il New York Times si è prodigato in piena emergenza Coronavirus in un lungo articolo di critica al modello delle città puntando ad una rivalutazione dei piccoli centri. In Italia persino l’archistar Boeri, l’architetto del lussuoso bosco verticale di Milano, parlando di Covid ha tuonato “via dalle città, nei vecchi borghi c’è il nostro futuro”.
Tutti tentativi lusinghieri, ma a nostro avviso tutti da una prospettiva elitaria e decisamente metropolicentrica.

Quando si dice che il futuro è nei borghi, è vero. Lo crediamo e ne siamo convinti sostenitori, ma lo è a prescindere da questo infausto periodo di lockdown. Lo è per via delle nuove e maledette politiche del lavoro, del precariato, delle gentrificazioni, e delle turistificazioni, per una implosione sociale delle grandi città; e lo è, con le dovute precisazioni di cui parleremo in futuro, soprattutto grazie a questa nuova era di iper connettività, di iper informazioni, networking estremo, mobilità e voli low cost, e fattore non trascurabile, grazie ai prezzi e un costo della vita consistentemente più sostenibile.

Covid Borghi


Soltanto in questi pochi mesi ne stiamo prendendo consapevolezza, ma lo smart working e il lavoro in remoto a ben vedere esistono da più di un decennio o due. Come già esistono da anni negli Stati Uniti agenzie di delocalizzazione che organizzano il trasferimento dalle città offrendo opzioni personalizzate in termini di distanza dai centri principali, dagli aereoporti, connettività internet, tipologia di immobili disponibili e tutto il necessario che renda la nuova residenza fuori dalle città compatibile con il proprio lavoro.
Se oggi è valutabile (non per tutti chiaramente, ma per sempre più numerose categorie di persone e lavoratori) lasciare la città e trasferirsi in un piccolo centro, lo è per le ragioni di cui sopra; il Coronavirus c’entra poco o niente, se non per una emotività generata.
Anzi, a ben vedere si può affermare che proprio in questi borghi si sta vivendo uno dei lockdown più insensati e meno comprensibili, e in alcuni casi più duri (considerando le condizioni di spopolamento e solitudine di alcuni comuni), con l’applicazione degli stessi provvedimenti (come nel nostro caso nell’entroterra della Campania) e la stessa rigida clausura messa in campo per un’area metropolitana, quella partenopea, con la più alta densità abitativa d’Europa.

Ad ogni modo questo infausto periodo sembrerebbe finalmente volgere al termine. Il lockdown sembrerebbe allentarsi, e la nazione lentamente si rimette in moto. il processo è partito dalla riapertura dei negozi per computer e prodotti informatici, e a seguire la cultura con la riapertura delle librerie.
Peccato però che nessuna di queste attività esista in paese.

foto: Federico Iadarola / federicoiadarola.com

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L'Irpinia, Napoli, e Berlino sono i luoghi che chiamo casa. Mi occupo di design e artigianato, produzioni ed editoria musicale, e per molti anni di management di eventi e tournè di artisti in giro per lo stivale e l'Europa. Design, musica, e viaggi sono le mie tre grandi passioni. Alle scuole elementari conoscevo a memoria quasi tutte le capitali delle nazioni del mondo. Per questo ho fondato Silent_Geography.
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